Dal Kollettivo Ferramenta: Il congiuntivo e la democrazia linguistica (di Ugo Tovil)

Riesumo questa terra desolata per segnalarvi questo ottimo articolo del mio caro compagno di banco e di disperazione Ugo Tovil in cui si parla di congiuntivo e di democrazia linguistica. Non posso non sottoscrivere ogni parola e mi sembra interessante portarlo alla vostra attenzione.
Il succo comunque è: non se ne può più, i grammatici da tastiera –  come tutte le cose da tastiera – ci hanno un po’ mantecato l’anima. Bisognerebbe semplicemente tenere a mente che la lingua (e quindi la grammatica) dipendono direttamente dai parlanti, e non viceversa. Se la maggior parte dei parlanti percepisce il congiuntivo come un modo superfluo (e di fatto lo è, visto che è portatore di significato solo in rari casi, mentre di solito indica solo la subordinazione), tenderà inevitabilmente a semplificarlo, Quindi, vi prego, non unitevi a questa inutile crociata per partito preso, tanto tra dieci o cinquant’anni siete destinati a perderla e il mondo non finirà per questo, state tranquilli. Esempi analoghi sono già avvenuti con i pronomi (egli/ella->lui/lei, gli/le/loro->gli), per i tempi verbali (diminuzione dell’uso del passato remoto, trapassato remoto RIP) eccetera, e siamo ancora vivi, nonostante i Paladini della Lingua (?) abbiano cercato di difendere pure quelli (ma vivaddio non c’era l’Internet, ai tempi).
Per tutti coloro che vogliono chiarirsi le idee, consiglio la lettura di Lezione di italiano di Francesco Sabatini, presidente emerito dell’Accademia della Crusca, che parla anche di quest’argomento.

Il congiuntivo è morto, evviva il congiuntivo!

Fare le fiche

No, non sto parlando dell’atteggiarsi come delle tacchinelle mentre si fanno le vasche in centro: sto parlando dell’antico gesto volgare che consiste nel chiudere a pugno la mano, inserendo il pollice tra indice e medio. Come quando si gioca a rubare il naso ai bambini, insomma. Ecco, ora fatelo, guardatevi la mano e sentitevi un po’ in colpa: non è una cosa innocente, ma richiama ben altre immagini. Il gesto è ormai caduto in disuso, ma equivaleva più o meno a mostrare il dito medio (altro gesto dalla connotazione sessuale). Si trova spesso in letteratura e anche Dante lo cita nel XXV Canto dell’Inferno:

Al fin delle sue parole il ladro
le mani alzò con amendue le fiche,
gridando: “Togli, Dio, ch’a te le squadro!”

Proprio questa citazione, riportata da una mia amica su Facebook, mi ha fatto venire in mente che il gesto è sì caduto in disuso, ma in Italia: in Portogallo e in Brasile, infatti, si usa ancora come gesto apotropaico e si dice fazer figas come equivalente di “incrociare le dita”. Si trovano anche degli amuleti che rappresentano il gesto e che servono come portafortuna e che si chiamano proprio figa. Tuttavia, la parola ha perso completamente la connotazione sessuale che aveva e, dal punto di vista del significato, non ha nessuna relazione con ciò che rappresenta. Consultando il Dicionário Priberam, questa è la lista delle definizioni:

1. Amuleto do feitio de mão fechada com a extremidade do polegar passada entre o indicador e o médio. = DÍGITE

2. Mão assim disposta.

3. Esconjuro.

4. Amuleto.

5. Redemoinho de pêlo na barriga do cavalo, onde a espora fere.

interjeição

6. Expressão usada para afastar algo ou alguém. = ABRENÚNCIO

“figa”, in Dicionário Priberam da Língua Portuguesa [em linha], 2008-2013, http://www.priberam.pt/dlpo/figa [consultado em 05-09-2016].

A parte la pancia del cavallo che viene ferita dallo sperone, le altre definizioni fanno sempre riferimento al gesto in sé, ad amuleti e a scongiuri. L’equivalente dell’italiano figa, invece, è cona (dal latino cunnus: insomma, è calabrese), giusto per darvi un po’ di vocabolario fondamentale.

Ecco, io ho scritto questo post invece di studiare per un test di ammissione che ho venerdì: fate le fiche per me, mi raccomando.

Esortazione ai traduttori

Studiare traduzione ti toglie la gioia di leggere un libro in grazia di Dio. Se ti metti a leggerlo in lingua originale, ti poni continuamente il problema del “Ma io ‘sta roba come la tradurrei?”. Se lo leggi in traduzione, le reazioni variano da “Questa soluzione è bruttina” a contorsioni varie delle budella per cose che urlano “ORRORE DI TRADUZIONE” (e capita anche se i libri sono tradotti da lingue che non conosci).

Ora, io lo so che è difficile tradurre un libro e che i testi letterari sono una croce. So anche che non bisognerebbe puntare il dito contro i traduttori e che l’errore capita a tutti, però certe cose sono veramente eclatanti, soprattutto se l’editore è Einaudi o Mondadori o Feltrinelli e non il sito di autoeditoria cartastraccia.it.

Negli ultimi anni, ho letto diversi libri di autori portoghesi, sia in portoghese (per fortuna), sia in traduzione. Una delle principali traduttrici dal portoghese è Rita Desti: tanto di cappello a lei per essersi accaparrata la prosa impossibile di Saramago e quella ad alta densità semantica di Lobo Antunes, entrambi autori di cui io mi sono innamorata. Però c’è da dire che certi strafalcioni sono incommentabili e saltano all’occhio anche a chi non ha familiarità con il portoghese. Qui vi segnalo quelli che mi ricordo, senza pretese di completezza, anche perché si tratta di una sorta di “controllo a campione”. E già ci basta così.

Il primo errore mi è stato segnalato dal padre di una mia amica che non parla portoghese e a cui questa frase di Il vangelo secondo Gesù Cristo di Saramago suonava strana:

[…] in quella folla di gente e di animali in continuo movimento entro le quattro mura si poteva intuire prima e identificare poi la volontà di un ordine non organizzato né cosciente, come un formichiere spaventato che tentasse di riconoscersi e ricomporsi nella propria dispersione.

Traduzione di questo:

[…] podia-se pressentir, primeiro, e logo reconhecer, naquele adjunto de gente e de animais em constante movimento dentro dos quatro muros, uma vontade de ordem não organizada nem consciente, tal um formigueiro assustado que buscasse reconhecer-se e recompor-se em meio da sua própria dispersão.

Non so se ve ne siete accorti, ma c’è un intruso: formichiere. Strana associazione, se si parla di qualcosa che brulica e che si ricompone nella propria dispersione (a meno che non sia un formichiere smontabile, ma non mi pare che il Creatore li abbia inventati). Intendeva formicaio, chiaramente. Sono anche andata a controllare se formichiere e formicaio corrispondano alla stessa parola in portoghese e se, in italiano, formichiere possa indicare qualcosa di diverso da quelle bestie strane con la lingua lunghissima, ma non è né l’uno né l’altro caso.

Vabbè, “Capita“, dice uno. Un errore in trecento pagine ci sta e magari è sfuggito a traduttrice e revisori (?).

E però capita pure in L’anno della morte di Ricardo Reis, sempre di Saramago, dove c’è di nuovo qualcosa che “suona strano” (a pagina 206 dell’edizione Feltrinelli):

Il corpo, che era stato trovato dal primo giocatore, occupava, a braccia spalancate, gli scacchi delle pedine del re e della regina, e i due seguenti, in direzione del campo avversario. Proseguì la lettura, ma, appena prima di arrivare al punto in cui aveva sospeso la lettura, cominciò ad aver sonno. Si coricò, lesse ancora due pagine con sforzo, si addormentò al bianco di un paragrafo, fra la trentasettesima e la trentottesima mossa, quando il secondo giocatore rifletteva sul destino del vescovo.

Traduzione di:

O corpo, que foi encontrado pelo primeiro jogadïor de xadrez, ocupava, de braços abertos, as casas dos peões do rei e da rainha e as duas seguintes, na direcção do campo adversário. Continuou a leitura, mas, mesmo antes de chegar ao ponto em que deixara a história, começou a sentir-se sonolento. Deitou-se, leu ainda duas páginas com esforço, adormeceu na clareira de um parágrafo, entre os lances trigésimo sétimo e trigésimo oitavo, quando o segundo jogador reflectia sobre o destino do bispo.

Chi è questo vescovo che spunta all’improvviso? Presto detto: qua c’è un problema di contesto, che è stato completamente ignorato. “Bispo”, infatti, può voler “vescovo”, ma è anche l’alfiere degli scacchi, proprio l’argomento di cui si sta parlando qua. E l’argomento è fondamentale per estrapolare il significato di una parola, che magari viene differenziata in una lingua e non nell’altra.

E pure oggi è capitato di trovare l’errore mentre leggevo: la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso che mi fa sospettare che non sia poi una cosa così casuale. In Esortazione ai coccodrilli di António Lobo Antunes (leggetevi In culo al mondo, datemi retta), arriva un improvviso pugno in un occhio:

Presto la sorda aveva smesso di pettinarsi i capelli col gesto bloccato a metà, credo che qualcuno le avesse tolto le pile come quando finisce la fiera e si mettono via le befane, la musica, le luci, finché non rimane altro che lo spiazzo vuoto e i mendicanti a caccia di avanzi nell’erba […]

Qua una persona che non conosce la cultura portoghese forse non darà troppo peso a quel befane che ok, che c’entra con le fiere? Ma si parla di una festa, alla fine, magari ci sta, nonostante la Befana sia un personaggio legatissimo alla cultura italiana. Per chi conosce il Portogallo, però, quel befane urla vendetta. E infatti sono andata subito a cercarmi l’originale su Google Libri e – sorpresa! – è un falso amico grosso come una casa:

a surda deixara de pentear o cabelo parada a meio do gesto, julgo que
alguém lhe retirou as pilhas como na altura de acabar a feira e guardar as
bifanas, a música, as luzes, até não sobrar mais que o terreiro vazio e os
mendigos procurando sobras na erva […]

Le bifanas sono un buonissimo piatto tipico della cucina portoghese che consiste in una fetta di carne di maiale annegata nell’aglio e in altri intingoli, di solito senape o salsa piccante, e servita nel pane. Guarda caso, le bifanas sono uno dei classici cibi da strada che – ohibò! – si servono anche nelle feste popolari e nelle fiere, piatto di punta assieme alle sardinhas assadas. 

Ora, parliamoci chiaro, è impossibile che un traduttore conosca ogni singolo aspetto della cultura del Paese della lingua che traduce, però questo è abbastanza basilare o comunque, visto che “suona strano” (Befane in Portogallo? Sicuri? In una fiera? Ma sicuri sicuri?), magari una controllatina al dizionario bisognerebbe darla sempre, così da scegliere la soluzione migliore: vogliamo lasciare bifanas e spiegare al lettore cos’è in una nota? Vogliamo tradurlo con “panino co’ a salamella” per rievocare lo stesso scenario? Ok, si tratta comunque di scelte pertinenti e adeguate al contesto.

Che poi questa è l’ennesima dimostrazione che tradurre non comporta solo una trasposizione di parole (o di suoni che si assomigliano), ma riguarda competenze ben più ampie, sia linguistiche sia extralinguistiche. Siamo umani e sbagliamo più di quanto vorremmo, però insomma.

E comunque l’episodio ha rievocato un dialogo esilarante sentito da Manuel a Lisbona quando eravamo in Erasmus:

“Amò, che è sta Casa das Bifanas?” [ristorante di Lisbona – N.d.F.]

“Boh, sarà la casa daa bbefana”

Solo che quelli non traducevano per Einaudi, Mondadori e Feltrinelli.

Quo vadis?

L’altro pomeriggio eravamo (io e il resto del coro) in università ad assistere alla cerimonia di apertura dell’anno accademico e, siccome eravamo in piedi dietro un telone e ci stavamo annoiando da morire, ci siamo messi a confrontare alcuni tratti delle parlate regionali. Il gruppetto era composto da due contralti (io e una bolognese) e qualche basso (due triestini e un veneto). Il dibattito si è acceso particolarmente quando siamo arrivati al diverso uso della preposizione con il verbo andare o (stato in luogo). Su “vado/sono a casa”, “a messa”, “in chiesa” (situazioni che conosco benissimo) “in ufficio” eravamo tutti d’accordo, su altre locuzioni no. Per esempio “vado/sono a mensa” o “in mensa”? “Al bar” o “in bar”? All‘università o in università? Io opterei per a, in questi casi, anche se ammetto di aver iniziato a usare anche in da quando vivo a Trieste; in generale, direi che in applicato a locuzioni come “vado in bar” è più diffuso nell’area settentrionale. E infatti alla mia convinzione nell’affermare che io direi “Vado a mensa” si è levato un coro silenzioso di “Terrona!”.

Si usa in perché entri in un posto o ci sei dentro“, hanno provato spiegare, ma è una logica che non funziona, perché si entra anche dentro casa, ma non penso che qualcuno dica “Vado in casa” (se non in contesti limitati, tipo che sei nel giardino di casa e annunci di essere in procinto di rientrare, un modo per rimarcare la differenza tra dentro e fuori).

C’è una regola? Ce lo siamo chiesti e la risposta, in teoria, sarebbe sì. Sono andata a consultare un paio di grammatiche, Serianni e Trifone, Dardano, e vi riporto quello che dice quest’ultima in merito alle due preposizioni:

LA PREPOSIZIONE A

Il valore fondamentale della preposizione a è quello di direzione.

All’altissima frequenza della preposizione corrisponde una vasta gamma di significati e di usi, nei quali il riferimento alla direzione appare sempre più vago. In tal senso, si può dire che la preposizione ha assunto una funzione analoga e complementare a quella della preposizione di, indicante un rapporto generico tra due elementi della frase.

La preposizione a regge i seguenti complementi:

[…]

stato in luogo: abitare a Roma; restare a casa. Con il significato di presso, in: sono impiegato al ministero degli Esteri;

Moto a luogo: vado a Firenze, non vengo al cinema con voi;

[…]

(Trifone, Dardano 2002: 405)

LA PREPOSIZIONE IN

Il valore fondamentale della preposizione in è quello di collocazione nello spazio o nel tempo.

La preposizione regge i seguenti complementi:

Stato in luogo: sto in ufficio; vivo in città; abito in via Cairoli; ho una casa in Sardegna; diamoci appuntamento in piazza; ho molta fiducia in te; sento nell’animo una grande nostalgia;

Moto a luogo: quest’estate vado in francia; scendo in cantina; il rientro in Italia; quali idee ti sei messo in testa?

[…]

(Trifone, Dardano 2002: 408)

Quindi voi ora sapreste spiegarlo? Io, sinceramente, no. Le preposizioni si usano nello stesso tipo di complementi e in alcuni casi risulta chiaro quando usare una piuttosto che l’altra (ad esempio, in stato e moto a luogo si usa a quando si parla di città, in quando si parla di Stati o regioni), in altri casi la scelta non è altrettanto chiara. Perché vado in cantina e non alla cantina ? Non saprei spiegarlo, ma la seconda opzione “non mi suona”: io non la userei, nonostante in altre espressioni propenderei più per la preposizione a. (Oddio, pensandoci “alla cantina” lo direi se frequentassi una cantina sociale, per esempio).

E allora? Questione di sensibilità linguistica, direi, che cambia anche a seconda del proprio italiano regionale, della propria provenienza e delle proprie abitudini linguistiche.

Chi se ne frega, comunque, al/in bar ci andiamo lo stesso per farci uno spritz e non pensarci più.

Riferimenti bibliografici:
Trifone P., Dardano M. (2002) Grammatica italiana. Con nozioni di linguistica. Bologna, Zanichelli.

There Will Be No Miracles Here

Ieri sera, prima di dormire, stavo leggendo “Quinto Livro de Crônicas” di António Lobo Antunes (ultimamente non ho altro autore al di fuori di lui, è il quarto o quinto libro di fila) e a un certo punto mi è saltata agli occhi un’espressione: “Conheço-te de ginjeira”, cioè “Ti conosco amareno”.

Ve lo confesso, mi sono quasi emozionata, perché c’è un modo di dire delle mie parti, “Ti canusciu cirasu” (“Ti conosco ciliegio”) che è praticamente uguale e di cui volevo parlarvi da un po’. La frase vuol dire che si conosce a fondo la vera natura di una persona.

Da cosa deriva? Mio padre raccontava sempre questa storiella per spiegarlo a me e a mio fratello. Non me la ricordo nel dettaglio, però a grandi linee è così.

C’era una volta un contadino che aveva un albero di ciliegio nel suo orto. Era un albero grande e rigoglioso, ma non dava mai frutti. “L’anno prossimo”, diceva ogni volta al contadino. Ma l’anno successivo era la stessa storia: l’albero prometteva e non dava mai. Finché un giorno, stufo, il contadino decise di abbatterlo e di vendere il legno a un falegname, che ne fece il nuovo crocifisso per la chiesa. A un certo punto, il contadino si trovò in grossa difficoltà: il raccolto non era buono e la stagione non era promettente; quindi andò in chiesa a pregare davanti al crocifisso. “L’anno prossimo”, mormorò la scultura. A quel punto, il contadino, rassegnato, non attese più il miracolo. Si alzò e si allontanò dalla chiesa dicendo: “Ti canusciu cirasu”. 

Ho trovato varie versioni della stessa storia in rete, per lo più provenienti dalla zona della Puglia. In compenso, non ho trovato nessuna versione portoghese, ma non mi stupisce che la tradizione contadina di Paesi diversi risalga allo stesso immaginario rurale.

E tu come lo chiami?

Vi ho mai parlato di Aliquot? No? No, in effetti no. Aliquot è l’Atlante della Lingua Italiana Quotidiana e costituisce un ottimo diversivo per non lavorare alla tesi.

Di cosa si occupa Aliquot? Praticamente cerca di trovare geosinonimi, facendo inchieste periodiche tra gli utenti dell’Internet per trovare i nomi locali di tutti quegli oggetti della vita quotidiana che non trovano d’accordo tutti gli italiani. Alla fine di ogni inchiesta, il sito genera una mappa interattiva con tutti i vari risultati ottenuti.

Insomma, è un modo un po’ più professionale per proporre questo giochino che avevo proposto tempo fa su Mistilinguismi (con questi risultati).

Se siete degli anormali senza vita come me, potreste anche trovarlo interessante.

Coincidenze? Io non credo.

Vi è mai capitato di scoprire una nuova parola? Spero di sì, perché sennò vuol dire che o siete dei robot con l’Asperger oppure che il vostro dizionario Battaglia in centodieci volumi comprato da un venditore porta a porta è stato un investimento inutile (ma potete sempre regalarlo a me).

Domande retoriche a parte, non so se a voi, come a me, capita di trovare una parola nuova, sia italiana sia straniera, impararne il significato, poi ritrovarvela continuamente tra i piedi: sul giornale, nei vifdeogiochi, sul libro che leggete prima di andare a dormire, sull’etichetta del vostro detergente intimo preferito, negli SMS di vostro cugino, sulla tavola ouija che usate nel tempo libero, eccetera.

Io mi sono accorta di questa cosa quando ho scoperto la parola inglese petty (no, non lui) e poi ho iniziato a trovarmela anche nel caffè la mattina. Col passare del tempo, mi sono resa conto che è una cosa che mi succede spessissimo e che inciampo continuamente nelle parole che ho aggiunto al mio idioletto, parola che non indica che sono scema, anche se lo sono, ma è la “lingua individuale, cioè la particolare varietà d’uso del sistema linguistico di una comunità che è propria di ogni singolo parlante” (Treccani). Adesso avete una parola nuova pure voi, forse.

Ora io mi chiedo se sia perché, prima di scoprirle, quelle parole le ignoravo ignobilmente, saltandole a piè pari, mentre ora ci faccio effettivamente caso, oppure se sono solo coincidenze.

Sinceramente? Io non credo.